Judith Hill - I paesaggi inesplorati del Blues
Cominciamo dalla fine, dal fondo o meglio ancora dall’uscita, dal deflusso quasi laconico di un pubblico stordito, quasi abbagliato, una rapida rassegna sui volti, molti dei quali rugosi dai contorni argentati, come i miei del resto, così cerco di intercettare qualche segno di brillantezza, di stupore giovanile che possa in qualche modo alleviare il senso di cinica amarezza che sto tentando di allontanare dal profondo senso di gratitudine e pienezza che invece dominano il mio spirito.
Judith Hill e la sua band hanno appena finito di suonare e badate bene il verbo “suonare” mai come in questo caso risulta riduttivo nei loro confronti, perché sarebbe più giusto dire “raccontare”, ossia la loro esperienza, frammenti di un secolo e più di Musica e linguaggi destinati a continue mutazioni.
Ma perché, quindi, “cinica amarezza”?
Perché mi sono chiesto quanto di questa grandezza, innovazione, spontaneità e assoluta bellezza possa effettivamente tracciare un segno evidente del suo passaggio sulle strade per lo più aride e deserte del nostro stagnante retaggio culturale.
Fortunatamente la Musica è una forma d’arte fluida, che non ha bisogno di pareti per essere appesa o di argilla per essere modellata, può trovare la sua strada da sé e quella strada sono le persone, siamo noi con la nostra curiosità, il nostro entusiasmo e a volte anche con il nostro cinismo o peggio ancora rifiuto.
E ora torniamo alle origini, torniamo al Blues, la radice profonda e marcata che trasuda dalla chitarra di Judith che irrompe nel silenzio del Teatro Valle dei Laghi di Vezzano (TN) con la sua Wanderer, un pronunciato e profondo suono di hammond accompagnano la sua ouverture, le dita che lo rivelano sono quelle di Michiko Yoshimura la madre e poi il groove prende forma per non dire il sopravvento sprigionando un suono ricco e ruvido al tempo stesso. Il basso lo imbraccia il padre di Judith, Robert Lee Hill, qualcuno lo chiama Pee Wee, resterà educatamente al suo posto per tutto il concerto, poca scena ma tantissima sostanza. Alla batteria John Staten, una vera forza della natura, un concentrato di stile e potenza.
Da questo momento in poi la mia anima è come se fosse stata trascinata a terra, costretta a camminare, una sensazione nuova, potente, quasi distruttiva; una voce, la sua voce sembra dirti “Io sono qui! Io ci sono!” Anche se le strade di Wanderer sono vuote c’è una fiamma che arde perpetua e trasforma il dolore in coraggio e fierezza, tutto questo risuona irruente e sfacciato in Flame.
Arriva il momento di Runaway Train e il concerto diventa una vera e propria corsa, quasi senza soste, la Musica si immerge e si mescola con il tempo, lo sferraglio del treno è il Blues ma tutto quello che si palesa nel tragitto sono continui e ripetuti riferimenti a stili e linguaggi molto diversi tra loro ma che paradossalmente si attraggono e disegnano il paesaggio che via via ammiriamo anche solo per un attimo, guidati dall’istinto tronfi della nostra audacia.
Riferimenti al Jazz, al Prog Rock negli obbligati, al Funk e al Soul tanto da potersi immaginare Prince e Stevie Wonder, Jimi Hendrix e John Coltrane spettatori appaiati e compiaciuti sulle poltrone in platea.
Poi Judith si siede al piano e quel treno per un attimo scompare per far posto alla dolcezza, alla timida e impacciata confidenza sostenuta sempre da note struggenti, incantevoli e piene di sincera verità e commozione.
Letters from a Black Window è il suo ultimo album e a parer mio concentra e riassume in modo più che evidente la ricerca e la crescita artistica di Judith, definendone lo stile e lasciando intravvedere i possibili scenari futuri.
La sua presenza scenica è a dir poco strabiliante, un fascino catalitico che pur tuttavia non distoglie dal suo immenso talento musicale.
In sostanza Judith e la sua band rappresentano oggi la risposta più concreta e alternativa ai prodotti, perché di quello si tratta, del mainstream attuale, soprattutto quello italiano, così povero di coraggio oltre che di idee tanto che anche le proposte cosiddette indipendenti hanno spesso il sapore di ricalchi privi di una vera personalità.
Vedere e soprattutto sentire una combo di musicisti così affiatati tra di loro, riconcilia con il mondo e il fatto che sul quel palco salga una famiglia vera e propria eleva alla massima potenza il senso profondo di umanità che la Musica trasmette.
Una nota di merito e rilievo assoluto anche per chi rende possibile la realizzazione di eventi di questa portata ovvero Arte Laghi, organizzazione diretta e ideata sapientemente nelle scelte artistiche da Lorenzo Bernardi e Mauro Odorizzi.
Paesaggi Sonori è il nome del progetto al quale auguriamo di perdurare ed evolversi con sempre maggior consenso.
Cristiano Contin